“PORTAMI NEL COSMO”

Dicono che siamo polvere di stelle, lo sento nelle ossa.

Lasciati guardare dai dettagli, e in fondo troverai le parole che l’hanno ispirata.

Scultura di carta e luce realizzata interamente a mano su carta Canson bianca acid-free, ritagliando ogni elemento foglio per foglio con bisturi e forbici. Ogni opera nasce come soggetto unico: Lele non replica mai la stessa scena. Una figura sospesa nel cosmo alza lo sguardo verso una presenza di luce che scende dal cielo — un richiamo, un legame con chi non c’è più. Illuminata dall’interno da micro LED — da 300 fino a 600 a seconda delle dimensioni.

“Portami nel cosmo”
Portami dove il silenzio non ferisce, dove il vuoto non pesa.
Portami dove il pensiero si dissolve e resta solo un battito secolare, quel ritmo che precede la carne e sopravvive alla memoria, dove l’aria non graffia i ricordi e la luce non fa paura, dove il dolore non lacera i contorni del respiro e i ricordi non diventano trappole.
Rimango qui, nel luogo che un tempo chiamavo casa e ora è solo una stanza senza porte, legato a una terra che si è fatta troppo stretta, una terra che non sa più contenere quello che provo e che non riconosco più come rifugio.
Alzo lo sguardo come si solleva un ultimo desiderio, alzo gli occhi a un cielo troppo grande e lascio che l’immenso mi risponda con un respiro lento.
E poi!
Il cielo si apre in un chiarore incerto, con la lentezza di una ferita che non vuole guarire, come se stesse cercando di invitarmi e trattenermi allo stesso tempo.
Le nuvole, scosse da un vento lento, si dividono, e da quel varco emergi…
Tu: una Gioia di Luce, un’apparizione che non ferisce gli occhi ma li consola, un richiamo che non parla, eppure dice tutto, un approdo, una presenza che si muove lenta come se temesse di spezzarmi avvicinandosi troppo in fretta.
Non arriva come un bagliore improvviso, ma come un soffio gentile che sfiora tutto ciò che fa male senza giudicare.
Si avvicina a metà strada. Ti sento!…
Come se conoscesse i miei limiti e li accettasse uno ad uno.
E il solo vederti lì, sospesa tra cielo e nube, accende un tremore che non è paura, ma riconoscimento.
Ti vedo!…
Sento un respiro caldo in un inverno troppo lungo, un richiamo che conosce il mio nome anche quando io non lo ricordo più.
Sei sospesa a metà del cielo, in quel punto fragile in cui si incontrano ciò che resta e ciò che manca, in quel punto che ora vedo in cui il mondo finisce e l’oltre comincia.
Mi aspetti lì, come se avessi seguito il mio dolore per ritrovarmi esattamente dove ero rimasto.
Io rimango immobile, ma dentro qualcosa si dissolve e avanza verso te come acqua che cerca la sua fonte.
Ogni passo invisibile è un conflitto: restare in un mondo che pesa come pietra o lasciare che la sua luce mi sciolga la paura e mi accompagni dove il dolore non arriva?

Mi chiami.
Ma non sento la tua voce, sento invece quella luminosità che riconosco nelle ossa, come se ogni mio frammento sapesse già…
Attorno a te il cielo vibra, si muove come un cuore immenso: ordine e caos intrecciati, armonie spezzate ricomposte.
Il cosmo mi guarda dall’alto della sua architettura perfetta.
Un ordine che non mi appartiene, un caos che invece riconosco come un fratello: nuvole che si arrotolano come pensieri violenti, correnti che si sciolgono come sospiri antichi, stelle che tremano come se fossero vive.
E io mi riconosco in tutto: nell’armonia che tenta di restare intera, nel disordine che minaccia di inghiottirmi, nei buchi neri che porto sotto le costole e nelle galassie tranquille che ogni tanto mi abitano, galassie in rovina e rinascite improvvise, stelle di ricordi troppo vivi, correnti che sembrano bisbigliare segreti.
Mi vedo in tutto questo, in quell’alternanza, come se il cosmo fosse lo specchio che non ho mai avuto il coraggio di fissare.
Mi vedo lì, in quel cielo che non ha pace: anch’io oscillante, anch’io fatto di burrasche e chiarori, anch’io colmo di cerchi perfetti e improvvisi crolli.
Sono bloccato, ma con lo sguardo che tenta il volo.
Dicono che siamo polvere di stelle, lo sento!
Lo sento nelle ossa.
Polvere che ha perso la strada, polvere che vuole tornare dove tutto iniziò, non per fuggire, ma per ritrovare ciò che ha lasciato a metà, per ritrovare te.
Fondersi, dissolversi, riposare.
Questo corpo pesa, questa pelle trattiene troppo, dolori e ricordi, questo cuore rievoca più di quanto dovrebbe.
Un involucro che non mi appartiene più del tutto.
Ci vuole coraggio, sì.
Un coraggio che non ha applausi né testimoni, un coraggio che si costruisce nel silenzio, mentre la nostalgia scava e la mancanza si fa voce.
L’ignoto non mi spaventa più come un tempo.
Quello che mi spaventa è restare, continuare a sopportare il peso delle assenze, camminare tra ricordi troppo vivi che non so dove mettere.
Ci sono quelle notti dove camminando nel buio tutto cambia, la mancanza diventa un faro, altre volte una corrente che mi trascina, altre ancora un portale che si apre senza chiedere permesso.
Lei rimane sospesa, resta lì.
Non si allontana, non insiste, non mi abbandona.
Offre una soglia, uno spazio tra la terra e il cielo, tra ciò che potrei essere e ciò che non sono più capace di sostenere, in cui il dolore non ha voce, un silenzio che non fa male, una distanza che non ferisce.
C’è una dolcezza nel suo silenzio, una comprensione che non ha bisogno di nomi, un’attesa che non giudica la mia stanchezza.
I pensieri si fanno lama, ammetto senza pronunciare ciò che mi spezza: il richiamo che sento non è fantasia, non è follia, non è fuga.
È una necessità.
Una nostalgia che supera la gravità, una mancanza che mi piega il respiro, un filo invisibile che tira verso l’alto mentre la terra continua a trattenere.
Un filo che si tende e vibra, nascosto sotto le costole, mentre tutto il resto cede, mentre il dolore scava l’amore senza guardarmi, senza chiedermi scusa.
Mi domando, con la crudeltà della verità: posso affrontare questo viaggio?
Posso lasciare tutto ciò che è materiale, tutto ciò che mi ancora qui, per seguire una luce che riconosco ma che non può spiegare?
Il coraggio qui non è un grido, non ha rumore.
È una crepa, piccola, sottile, da cui passa la luce, o da cui si precipita.
È una ferita! Un varco da cui entra ciò che resta e da cui esce tutto ciò che fa male.
Rimani lì sospesa, inclinata verso di me, come se sapessi che il mio desiderio e la mia esitazione sono la stessa cosa.
E io, fragile come un soffio, mi stupisco di quanto poco basti per sentire che potrei raggiungerti davvero.
Allungo la mano e sento di nuovo il tuo calore…
Forse un giorno, quando il peso del mondo sarà abbastanza leggero e il richiamo abbastanza forte, la tua luce scenderà ancora un po’, giusto quanto serve per colmare la distanza che non riesco più a colmare da solo.
Io non ho risposte, ho solo questo: quando la mancanza supererà la paura, il dolore perderà forza, là dove non esiste desolazione, dove la memoria non ferisce, dove il tempo dimentica di correre.
E allora, senza parole, mi guiderai oltre il punto in cui la terra trattiene e oltre quello in cui il cielo perdona.
In un luogo dove il tempo tralascia, dove il dolore non ha memoria, dove ciò che manca non lacera più.
Un riverbero vedo, sei tu!
La mia Gioia di Luce venuta fin qui per me, per accompagnarmi oltre il punto in cui la terra termina: dove il cosmo comincia a parlare e il tempo finalmente tace.
Dove la luce non chiede più nulla in cambio da me…

LELE

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Emanuele Tarchini

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