.DICONO DI ME.

 

 

“Non c’è via più sicura per evadere dal mondo che l’arte, ma non c’è legame più sicuro con esso che l’arte”. Quando ci si trova di fronte ad un’opera di Lele, questa affermazione di Goethe trova la sua incarnazione. Era già tutto nella sua prima scultura di carta, un albero (“brutto”, dice lui) che prende vita dalle pagine di un libro aperto, un regalo per la moglie. A questo libro-scultura, nato per caso durante un periodo buio della vita dell’artista, come un fiore tra le rocce, seguiranno altre creazioni: uno spaccato di savana africana sospeso a mezzaria, la casa sull’albero dei bimbi sperduti di Barrie, un faro tra le impetuose onde del mare, il desco apparecchiato del cappellaio matto di Carroll, la casa con i palloncini del pixariano “Up” e molti altri.

A queste opere, che nascono visibilmente dalle pagine di libri che altrimenti giacerebbero dimenticati o peggio, sarebbero destinati al macero, seguono altre sculture cartacee che prendono la forma di diorama o di light-box.

Lele sa prendere quel materiale semplice, sottovalutato e bistrattato, usato da tutti noi per fare scarabocchi durante una telefonata, la lista della spesa o qualche schizzo colorato, e trasformarlo in personaggi con un’anima che abitano lanterne, scatole di legno e cartone, campane di vetro, valigette, circondati da un mondo che è il nostro eppure è un altrove a cui tutti aspiriamo.

Spesso queste opere nascono da una sua personale idea, da un’ispirazione fugace, da uno stimolo sensoriale. Ma è quando si commissiona qualcosa a Lele che ci si accorge davvero come della carta possa essere così vera: a lui non basta sapere quale soggetto è richiesto, per qualche occasione. Vuole capire chi è la persona che gli commissiona l’opera, a chi è destinata, quale motivo ha mosso la decisione di scegliere proprio quel soggetto, quali sentimenti ci legano a quell’immagine che vogliamo sia immortalata per sempre nella carta.

E così inizia il suo processo creativo, riassunto nel suo manifesto: “Immagina, pensa, crealo”. Lele immagina, vede quelle figure, quei paesaggi, quegli elementi che diventeranno il simbolo di quello che portiamo nella mente e nel cuore; pensa a come far diventare realtà quelle immagini, come tradurle in carta, quale tecniche usare, quale nuova soluzione dovrà inventare perché l’idea diventi materia; crea poi la sua opera, come il Divino Artigiano di Platone creava il cosmo ad immagine delle Idee.

Davanti a noi ecco allora un’opera unica, irripetibile, personale, che mai avremmo pensato potesse rendere così visibilmente le nostre emozioni, tanto che sembra di non averle comprese fino in fondo finchè non sono carta di fronte ai nostri occhi.

Sembra che questo Michelangelo della carta si “limiti” ad intagliare, rigorosamente a mano, con certosina precisione, le sue creature. Ma lo stupore dello spettatore accresce all’illuminarsi dell’opera. Quel mondo, quasi esclusivamente candido, bianco come il marmo e il gesso (“non servono i colori” spiega lui), sembra prendere vita con le luci dei led sapientemente inseriti e camuffati nella cellulosa. E quello che sembrava già perfetto diventa magico, come un cielo stellato, una città illuminata dalle luci della sera. E per un po’ si torna bambini, le luci, le ombre, il bianco degli intagli interrompono il fluire caotico delle nostre giornate.

Lele ritaglia per noi quell’angolo di luce e magia che ci fa staccare i piedi da terra e raggiungere il cielo, legati a un palloncino. 

                                                                                                                                                                      D.Rota

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